Limerick
27 febbraio 2011
Ci lasciamo Galway alle spalle, e quella visione dell’Irlanda da cartolina. Le stradine costellate di pubs, i trifogli, le pubblicità anni ’50 della birra Guinnes ad ogni angolo, i porticcioli sull’oceano, la musica celtica.
Scivolando con il pullman della Bus Éireann verso sud, attraversiamo la campagna.
Ascolto i Radiohead, e prendo la mia moleskine nera ed inizio a schizzarci sopra forme di mucche e vitelli, vedendoli sparire velocemente. Sono come piccole macchie marroni che rompono quel verde infinito, mi perdo nel cercare di riprodurre su carta la forma delle loro zampe posteriori.
Ci fermiamo alla stazione di servizio, e compro un gelato al caramello. Un ragazzo con i capelli fuxia, vestito di nero, decisamente pingue, che ha passato il viaggio seduto davanti a me ad ascoltare metal con il suo lettore sparato ad alto volume nelle orecchie e a mangiarsi barrette di cioccolata, scende, e compra altri snack prima di risalire. Due bambine bionde litigano e la mamma le divide.
Il verde, piano piano, inizia a lasciar spazio al grigio, centri commerciali e fabbriche.
La guida turistica, letta quella mattina prima di scegliere dove andare, descriveva Limerick come un posto privo di attrattive, chiamandola la grigia Limerick.
Perchè andarci?
L’Irlanda è Limerick, dove le strade sono un susseguirsi di vetrine d’esercizi commerciali chiusi, di cartelli con su scritto For Sale o To let. La crisi economica da cui è colpito il paese è evidente soltanto lontano dai lunapark per i turisti.
L’Irlanda non è le scogliere di Moher, il Connemara e le isole Arran. Non solo, almeno.
L’Irlanda è lì, in quelle strade che sono grigie, ridondantemente grigie, bagnate dalla pioggia, umide e languenti, tristi
.
Ceniamo in un ristorante Indiano che sta dentro ad un portone di un palazzo, in cima ad una scala ricoperta di moquette rossa, desolatamente vuoto. Il cameriere è stupito, incuriosito, di vedere dei turisti, ci chiede con la prudenza rispettosa cui sono soliti gli indiani, per quale motivo non abbiamo scelto Cork come ultima tappa del nostro viaggio.
Non sappiamo rispondergli.
Eppure io a Limerick ho visto qualcosa, qualcosa di vero, per la prima volta da quando ho messo piede nella terra verde, ho scoperto un altro colore, e m’è piaciuto.
La mattina dopo, prima di partire, tra l’incessante pioggia, su per un vicolo, ho visto l’arcobaleno, e ho scattato una fotografia.
E Limerick non m’è parsa poi così grigia…
Arepas!
27 febbraio 2011
Mi sono appena mangiata una Arepa.
Le Arepas sono una pietanza tipica del paese del mio amico Alexandro, il Venezuela. D’aspetto assomigliano alle piadine, ma sono più piccole e cicciottelle.
Si fanno con la farina di mais bianco precotto, quella della foto è quella che uso io, e sono estremamente facili da preparare. si amalgama un impasto morbido di farina, acqua e sale con cui fare delle pallette, schiacciarle, metterle sulla piastra calda e farle indurire per cinque minuti al lato. Una volta cotte, basta aprirle in due e farcirle con qualsiasi cosa avete per le mani. Quella che ho appena mangiato era riempita con un uovo strapazzato.
Per tutto l’inverno Alex non ha fatto che parlare di questo suo ricordo alimentare dell’infanzia, di quando da piccolo stava in Venezuela, e, quando, attorno alle feste di Natale, è riuscito a trovare un posto dove comprare la Harina Pan (l’alimentari gestito dagli Indiani vicino alla metro Laurentina) alla fine sono riuscita ad assaggiarle ed è successo che abbiamo passato le nostre nottate durante le vacanze a bere birra e a mangiare Arepas.
